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02 Mar 2022

Iniziata l’esercitazione internazionale “Volpe Bianca – Ca.STA 2022”

 

Per due settimane, uomini e donne delle Truppe Alpine, mezzi e materiali saranno impiegati nell’area del Sestriere all’insegna dell’addestramento. Prende il via l’esercitazione internazionale “Volpe Bianca – Ca.STA 2022”, l’appuntamento annuale di verifica del livello di addestramento raggiunto dalle unità delle Truppe Alpine dell’Esercito in ambiente invernale.

Giunta alla 72ª edizione, l’esercitazione pianificata dal Comando delle Truppe Alpine dell’Esercito, si svilupperà articolandosi in quattro fasi distinte, alle quali parteciperanno tutti i reggimenti alpini, più altri reparti dell’Esercito e unità francesi e statunitensi.

La fase principale, denominata “Steel Blizzard”, è stata sviluppata dal 3° reggimento alpini della brigata Taurinense e consiste in un test delle capacità di condurre operazioni di movimento e combattimento in ambiente montano invernale, con l’impiego tra l’altro di cingolati da neve BV206-S7 e 206-D in dotazione alle Truppe Alpine. L’attività si basa su moderni scenari operativi e prevede la collaborazione con assetti ad alta valenza specialistica dell’Esercito, tra cui elicotteri, velivoli senza pilota Raven e sistemi di comunicazione con copertura satellitare e si svolgerà in un contesto internazionale, multidimensionale e interforze che vedrà la partecipazione di due plotoni scout statunitensi della 173ª brigata, insieme agli Chasseurs Alpins della 27ª brigata da montagna francese.

Alla “Ice Patrol” prenderanno parte tutti i reggimenti alpini, per confrontarsi nella tradizionale gara di pattuglia che comprende diverse prove: topografia, tiro, trasporto di un ferito, superamento di un ostacolo naturale, navigazione tattica, collegamenti radio, realizzazione di un bivacco.

Il soccorso in alta quota in ambiente invernale sarà invece il tema della “Winter Rescue”, attività preparata dal 9° reggimento alpini, nel corso della quale verranno simulate diverse emergenze ed interventi di soccorso, con la partecipazione di elementi del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico oltre che della Guardia di Finanza.

Il quadro della Volpe Bianca comprende infine la “Ice challenge”, la fase di verifica del livello addestrativo individuale del soldato di montagna, che si svolgerà sotto la forma di una competizione di biathlon militare.

18 Feb 2022

Incontro a Napoli per organizzare il 150° del Corpo degli Alpini

 

Una delegazione della Commissione nazionale per il “150° del Corpo degli Alpini” ha incontrato il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, per presentare programma e articolazioni del grande evento che si terrà nel capoluogo campano il 15 ottobre 2022, anniversario della fondazione del Corpo degli Alpini.

All’incontro erano presenti per l’Esercito il comandante delle Forze Operative Sud gen. C.A. Giuseppenicola Tota, il vice comandante delle Truppe Alpine gen. D. Michele Risi, per l’Ana il vice presidente Federico di Marzo e il presidente della Sezione di Napoli Marco Scaperrotta.

Il sindaco Manfredi ha mostrato grande disponibilità per l’evento che coinvolgerà in una serie di manifestazioni, programmate su più giorni, la città e accoglierà gli alpini proprio laddove nacquero, nel 1872.

11 Feb 2022

Fanteria alpina oggi

 

Gli alpini sono una componente fondamentale dell’Esercito. Sia perché rappresentano un decimo delle forze, sia perché, con la loro specializzazione e la loro storia, plasmata da uno spirito di Corpo senza eguali, sono entrati nell’immaginario collettivo come figure di soldati vicine al sentire della gente. Mentre celebriamo il 150º della loro costituzione cercheremo, in una sorta di viaggio attraverso alcuni reparti delle Truppe Alpine di disegnare un ritratto delle penne nere sia operativo sia umano, nel 21º secolo.

In origine alpini si nasceva, perché le compagnie originarie erano formate da valligiani, abituati a fine ‘800 e primi del ‘900 ad una vita durissima in un ambiente splendido quanto ostico. L’allargamento progressivo del reclutamento ai coscritti “di pianura” aveva rivelato subito quanto l’addestramento in ambiente montano fosse fondamentale per abituare al sacrificio, creare capacità e, soprattutto, spirito di squadra: quello che ha reso gli alpini un unicum nel panorama militare. Siamo andati in Valle Argentera, splendida laterale della Val Susa, in Piemonte, per vedere da vicino gli uomini del battaglione Susa del 3º reggimento alpini in addestramento.

Ci accompagnano il comandante del reggimento (che ha sede a Pinerolo), col. Francesco Cameli, quello del btg. Susa, ten. col. Roberto Pizzardi, il primo luogotenente Paolo Grigolo, sottufficiale di Corpo e il ten. col. Davide Peroni, ufficiale Pubblica Informazione, che ci hanno accolto alla caserma Monginevro, base logistica della brigata Taurinense. Sulle nevi assolate c’è in azione la 36ª compagnia, ai comandi del cap. Giacomo Brignone: lo scopo, visivamente concentrato in un raggio di alcune centinaia di metri a beneficio degli osservatori, è preparare il personale all’esercitazione Volpe Bianca, prevista tra fine febbraio e inizio marzo, a partiti contrapposti, nella zona del Sestriere.

A lato della Dora Riparia, gli alpini in tuta mimetica bianca muovono veloci sugli sci, al traino dei cingolati Bv206, da uno dei quali viene anche effettuata una semina “speditiva” (ovvero veloce e casuale) di mine controcarro, destinate a rallentare la marcia di mezzi ostili. Poco distante, invece, altri alpini stanno bonificando il terreno da ordigni avversari (e un artificiere ce ne illustra i vari tipi, compresi quelli artigianali improvvisati che tanti problemi hanno causato nelle missioni internazionali).

A sgomberare in profondità la minaccia provvede invece una sezione di mortai da 81 mm, che, tra l’altro, sarà presto anche in Norvegia per un’esercitazione Nato. Una giovane alpina è impegnata, sotto la supervisione di un istruttore che le impone utilmente anche un certo affanno, a portare i primi soccorsi ad un ferito (simulato da un manichino): «È un assetto importantissimo quello del soccorritore – sottolinea il col. Cameli – attualmente in forza in ragione minimo di uno per plotone, ma in prospettiva a livello di squadra». Poco distante un soldato è impegnato nella metodica ricerca di un disperso sotto valanga, mentre un altro istruttore insegna ai meno esperti i “primi passi” del movimento scialpinistico.

Altri alpini, sempre sugli sci, sparano (con munizionamento a carica, e ogiva, ridotta) coi fucili Arx160 e le pistole Beretta 92 per coprire il reciproco spostamento. Siamo lontani anni luce dalle dotazioni di materiali conosciuti in tempi di naja: l’insieme è davvero professionale, moderno e tecnicamente “confortante”. Basta però tornare alla caserma Assietta, sede della 34ª compagnia (unica rimasta ad avere una caserma tutta sua) per ritrovare un ambiente più “conosciuto”: qui (felice eccezione) i cucinieri sono ancora di reparto e la mensa è accogliente. Attorno al tavolo la conversazione, tra addestramento e vita quotidiana, è distesa, quasi complice: gli alpini, alla fine, sono cambiati senza essere radicalmente cambiati. La forza dei nostri reparti si sente: discende da storia e tradizione in cui si formano i quadri, che poi la trasmettono ai ragazzi. La lunga linea verde prosegue il suo cammino.

Massimo Cortesi

 

IL COMANDANTE

«Nell’anno del 150º del Corpo siamo impegnati in un’importante serie di eventi addestrativi». Il col. Francesco Cameli, comandante del 3º reggimento alpini, illustra gli impegni dell’unità, a cominciare dall’esercitazione Volpe Bianca. «Quest’anno – continua – l’esercitazione si svilupperà in un arco di tempo più lungo e sarà a partiti contrapposti. Fondamentale è la fase precedente, che ci consente di preparare al meglio i reparti, chiamati inoltre a partecipare, con circa 200 uomini, all’esercitazione Nato Cold Response in Norvegia. C’è grande motivazione – sottolinea il comandante – ed è proprio attraverso l’addestramento che riusciamo a creare lo spirito di squadra, anche tra giovani che affrontano la montagna per la prima volta. È un tutt’uno che muove in una stessa direzione: basti pensare anche all’importanza dell’opera logistica con cui si sta allestendo il grande accampamento che accoglierà i soldati in esercitazione. Come sempre si lavora tutti insieme, puntando al risultato».

IL VETERANO

Paolo Grigolo è un alpino “da sempre”, ovvero dal 1987. Primo luogotenente, è sottufficiale di Corpo del 3º reggimento alpini. Carnagione bruciata dal sole d’alta quota, fisico asciutto, ha acquisito in trentotto anni un’enorme esperienza di servizio: ha partecipato a quattordici missioni internazionali (tra Mozambico, Bosnia, Kosovo, Iraq e Afghanistan) oltre ad aver preso parte ad esercitazioni Nato in mezzo mondo (Norvegia, Danimarca, Scozia, Turchia, ecc.). Ha avuto a che fare con generazioni di soldati di leva e con quelle di professionisti: «La differenza fondamentale con la naja – racconta – è che con la leva avevamo a disposizione personale con un afflusso e un ricambio costanti. Con i soldati professionisti non è ovviamente più così, ma il vantaggio è che questi giovani rimangono in servizio molto più a lungo e possono essere addestrati costantemente: quasi tutti si innamorano così della montagna, a tutto vantaggio dell’operatività e dello spirito di Corpo che si rinsalda».

pubblicato su L’Alpino, febbraio 2022

11 Feb 2022

Diventare alpini

 

È iniziato da Torino, tra mura storiche prestigiose, il percorso per il 150º anniversario del Corpo degli Alpini, promosso e organizzato in sinergia da Ana e Comando Truppe Alpine. È stato infatti il Palazzo dell’Arsenale, sede della Scuola di applicazione dell’Esercito, a ospitare la prima di sei conferenze che in altrettante città sono dedicate a storia ed evoluzione delle penne nere. E un percorso storico non poteva che partire dalle fondamenta, ovvero da “Diventare Alpini nell’Esercito Italiano: linee evolutive”, visti i non irrilevanti mutamenti avvenuti da quando, il 15 ottobre 1872, a Napoli, re Vittorio Emanuele II firmò il decreto che dava vita a compagnie di montanari per difendere l’Arco alpino.

Ad affrontare l’argomento il gen. B. Fulvio Poli, dello Stato Maggiore Esercito, Gianni Oliva, giornalista e scrittore, il prof. Nicola Labanca (Presidente del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico militari, collegato via web, causa infortunio) e il ten. col. Mario Renna, sollecitati dalle domande di Mauro Azzi del Centro Studi Ana. In un videomessaggio agli ospiti (tra cui Anna Rossomando, vice Presidente del Senato) il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. C.A. Pietro Serino, ha sottolineato la meritata fama e il ruolo fondamentale delle Truppe Alpine, che grazie al grande contributo dell’Ana («i cui meriti sono troppi per essere elencati») godono di riconoscenza unanime tra i cittadini. Onori di casa affidati al comandante della Scuola, gen. D. Mauro D’Ubaldi, che ha evidenziato il valore di cultura e letteratura sviluppatesi dalla storia alpina; quindi è toccato al gen. C.A. Ignazio Gamba, comandante delle Truppe Alpine, ricordare quanto queste siano determinanti in ogni obiettivo della difesa del Paese, sino alla cosiddetta IV Missione, a favore della popolazione, come è ora nell’emergenza sanitaria e definire gli alpini «Paladini della montagna, in difesa di tradizioni e futuro, grazie al mantenimento dello spirito di corpo».

Infine, il nostro Presidente Sebastiano Favero ha sottolineato il valore della definizione “Corpo” degli Alpini, «perché – ha detto – siamo le due facce della stessa medaglia e lavoriamo insieme, portando ovunque, anche nella pandemia, umanità e disponibilità». Per questo – ha ricordato – sarebbe importante «trasmettere ai giovani senso del dovere prima dei diritti, attraverso una formazione fondamentale per l’identità nazionale» (e in tal senso è stata apprezzata la lettera del ministro dell’Istruzione Bianchi che, lodando gli alpini, auspica che i loro valori siano trasmessi nelle scuole).

Il reclutamento alpino, ha ricordato il gen. Poli, è figlio delle considerazioni, sviluppate da Perucchetti e da Ricci, attorno al modello regionale prussiano e alla nascita dei distretti militari. Un reclutamento che si rivelò vincente, non solo operativamente, ma anche in tema di consenso popolare: «Quando vedevi gli alpini – ha ricordato Gianni Oliva – vedevi la proiezione diretta delle tue montagne, le caserme non erano una cosa estranea, perché popolate dai tuoi giovani, i quali non vi trovavano dei commilitoni, ma dei compaesani». E ciò si renderà evidente nelle occasioni belliche anche più tragiche, perché il legame tra i soldati era consolidato e precedente. Non a caso – ha sottolineato Oliva – la metà delle copertine che la Domenica del Corriere dedicò alla Grande Guerra aveva per protagonisti gli alpini «sia perché il bianco delle neve era meno angosciante, sia perché la gente di montagna trasmetteva un senso rassicurante ». E questo proiettò gli alpini nell’immaginario collettivo.

«Dopo la Guerra franco-prussiana – ha ricordato Nicola Labanca – ci si rese conto che all’interno di eserciti di massa servivano più uomini specializzati, per formare reparti compatti con conoscenza del territorio in cui operavano. Ma il reclutamento territoriale non fu totale (ancor più negli ufficiali): ad esempio nel 1890 a Pinerolo era alpino il 48% dei coscritti e in quegli anni il reclutamento cominciò anche a scendere verso la pianura, facendo prevalere l’addestramento sulla provenienza». Proprio questo tema ha sviluppato Renna: «Il soldato da montagna di oggi non è molto diverso da quello originario, contano molto motivazione e formazione. Lo si percepisce anche chiedendo ai giovani perché hanno chiesto di entrare negli alpini. Fondamentali sono l’amore per la montagna e, grazie anche alle tradizioni dell’Ana, la sensazione di entrare a far parte di una grande famiglia.

Fenomeno che oggi si consolida nuovamente anche tra i giovani del Nord, complici motivazioni lavorative e possibilità di partecipare a missioni internazionali. Il gruppo – ha precisato – prescinde dalla provenienza geografica: negli alpini si parte tutti assieme e si arriva tutti assieme». «Sopravvivenza e forza dell’immagine alpina – ha aggiunto Oliva – sono legate ai soci Ana, che, cappello in testa, operano sempre a favore della comunità, tanto che nel Nord Italia nel 1945, per ritrovare stabilità sociale dopo il disastro bellico si puntò molto proprio sull’Ana».

«Oggi – ha ricordato Labanca – le montagne sono meno popolate, ma il mito alpino rimane intatto, con l’Ana che ne è creatrice e custode». «Per questo – hanno chiosato Renna e Oliva – è fondamentale trasferire conoscenza e che i giovani abbiano una preparazione storica contemporanea: devono sapere che se sono lì lo devono a quanti li hanno preceduti, nel passato prossimo». Il prossimo appuntamento culturale sarà a Trento, l’11 marzo, col suggestivo titolo di “Dove osano le aquile”.

ma.cor.

pubblicato su L’Alpino, febbraio 2022